Pubblicato da: VBP | 14 maggio 2014

LA VALLE BELBO di Claudio Riccabone (1a – 2a parte)

LA VALLE BELBO: UNA LETTURA DEL PAESAGGIO TRA EVOLUZIONE GEOMORFOLOGICA, ECOLOGIA ED ATTIVITA’ DELL’UOMO (1a parte)

Il contesto ambientale della Valle Belbo è dominato dall’elemento fluviale, il Torrente Belbo che, con la sua evoluzione, ne ha caratterizzato e ne caratterizza tuttora, in maniera significativa, il paesaggio.

All’evoluzione naturale determinata dalla dinamica del corso d’acqua, si sono sovrapposte nel tempo le alterazioni indotte dall’attività umana, che ha pesantemente modificato non solo le caratteristiche fisiche del paesaggio, ma soprattutto i rapporti esistenti tra l’uomo ed il corso d’acqua. Se si analizza infatti il contesto evolutivo che ha caratterizzato la fascia fluviale di fondovalle dai primi del ‘900 ad oggi, il torrente ha perso progressivamente le sue peculiarità di elemento caratterizzante il paesaggio, di ambiente condiviso e frequentato dalla popolazione per molteplici scopi (lavoro, pesca, divertimento, …), fino a diventare mero ostacolo alla “espansione” delle nostre aree urbane, assumendo una connotazione negativa, di pericolo, o diventando degradato al punto da esser considerato uno scarico a cielo aperto.

Ciò ha portato praticamente alla scomparsa del torrente dal panorama visivo della maggior parte degli abitanti della vallata, alla sua quasi totale rimozione dall’esperienza quotidiana, così come dalla memoria collettiva (salvo tornare drammaticamente presente, in occasione dei periodici e devastanti eventi alluvionali che caratterizzano la vallata, oppure quando l’evidenza dei fenomeni di inquinamento diventa tale da non poter più passare inosservata).

In un contesto ambientale di questo genere, ci si occupa del fiume solo per cercare di minimizzarne la pericolosità, in particolare laddove esso lambisce o attraversa le zone più o meno intensamente antropizzate, attuando forme di “governo del territorio” ispirate solo a criteri economicisti, di sfruttamento del suolo.

Ma le politiche di “pianificazione fluviale” finora adottate sono fondate esclusivamente su parametri di natura idraulica, tecnico-ingegneristici, senza nessuna relazione con la situazione ambientale generale, con il “sistema fiume” nel suo complesso. In poche parole, si riduce il fiume ad un problema esclusivamente idraulico, in nome di una concezione meccanicistica ed utilitaristica del rapporto fra l’uomo ed il suo ambiente, nell’ottica esclusiva di sottrarre sempre maggior spazio al suo naturale divagare, per recuperare spazi all’espansione (a volte irrazionale) delle aree urbane o comunque connesse all’attività antropica. Proprio come un collettore fognario, si tende ad allontanarlo, nasconderlo, restringerlo, limitarlo, con buona pace dei fondamentali rapporti tra i vari ecosistemi che caratterizzano il sistema fluviale.

Si tende ad ignorare, in sostanza, che un fiume non è soltanto la sua asta fluviale e la sua corrente idrica, ma è il suo letto, le sue sponde, le fasce golenali, i versanti stessi della valle, le caratteristiche qualitative dell’acqua che vi scorre dentro. Si dimentica che il suo comportamento è dato dalla risultante di molte variabili, legate al territorio ed alle sue modificazioni, che agiscono su tutto il suo bacino imbrifero. In termini ecologici, si trascura il fatto che un corso d’acqua va considerato una successione di ecosistemi che sfumano gradualmente l’uno nell’altro, interconnessi con gli ecosistemi terrestri circostanti[1].

Il recupero di un corretto rapporto con il Torrente Belbo e l’ambiente fluviale della valle in generale, richiede allora uno sforzo importante, per una serie esigente di motivazioni:

  1. restituire al fiume la sua funzione di “asse portante” del territorio e del paesaggio di una valle fluviale, evitando di separarlo (non solo fisicamente, ma anche dal punto di vista della sua fruizione e percezione “culturale”) dal resto del territorio;
  2. considerare il corso d’acqua non più come una realtà isolata ma in termini di “sistema”, fisicamente e funzionalmente interagente con il territorio ed il paesaggio, un sistema unitario in cui i flussi di organismi, le dinamiche di materia e di energia ed i processi idraulici e geomorfologici esercitano reciproche interdipendenze[2], un “sistema fiume” che si caratterizza come elemento di connessione ecologica, all’interno della frammentazione del territorio[3];
  3. riappropriarsi del “sistema fiume” come patrimonio di conoscenze ed esperienze, nell’ottica anche del recupero di una memoria storica peculiare delle comunità rivierasche;
  4. progettare interventi che, unitamente alle problematiche idrauliche, tengano conto della fragilità del territorio fluviale, delle interconnessioni ambientali, siano cioè in grado di perseguire tutti gli obiettivi di salvaguardia dell’ambiente fluviale, compresi quelli di natura non idraulica;
  5. considerare le problematiche connesse alla tutela qualitativa della risorsa acqua, come patrimonio fondamentale per la qualità della vita e diritto inalienabile di tutti (non sfugge la condizione di “malato grave” del Belbo, ancorchè in miglioramento, da questo punto di vista![4]).

Siamo chiamati a questo compito dall’esigenza ormai imprescindibile di un’autentica sostenibilità del nostro stile di vita e dei nostri impatti sull’ambiente, così come dalla ricerca di nuove prospettive di sviluppo, radicalmente alternative al modello finora attuato, che sta mostrando i suoi limiti.

E’ possibile a questo punto individuare, per chi si occupa (con gli occhiali del geologo) di gestione e pianificazione territoriale, alcuni specifici settori di intervento, che mantengano però un approccio unitario alla “pianificazione” del sistema fluviale, finalizzato al raggiungimento di obiettivi idraulici ma anche morfologici, ecologici, paesaggistici[5]. Adottando, insomma, un metodo in sintonia con la scuola di pensiero di McHarg del “progettare con la natura”, fondato sulla consapevolezza che i fiumi si governano meglio con la comprensione e la conoscenza delle loro risorse e dei loro processi che non con la forza[6].

Dopo questa faticosa, ma necessaria introduzione, nel prossimo articolo proveremo ad analizzare, nell’ottica “di sistema” che ho cercato fin qui di descrivere, questi due aspetti:

  1. La gestione della fascia fluviale e la riduzione del rischio idrogeologico. Le, ovviamente imprescindibili, esigenze di difesa degli abitati faticano a conciliarsi con la necessità di rispettare quella che è la naturale area di pertinenza fluviale. Ma è possibile individuare modalità di intervento e di gestione che rispettino il più possibile le esigenze di riqualificazione paesaggistica e di recupero della fruibilità delle aree perifluviali. Senza dimenticare che una fascia fluviale con elevati elementi di naturalità funziona come corridoio ecologico naturale, in un contesto come quello della Valle Belbo, che si presenta spesso costretta tra le aree antropiche ed i versanti.
  2. La manutenzione del territorio. Il problema di una corretta gestione del territorio dal punto di vista della difesa del suolo, si lega in maniera strettissima all’obiettivo di una riqualificazione del paesaggio, sia quello dei versanti boscati dell’Alta Valle, come quello dei vigneti delle colline della media e bassa Valle, così come il fondovalle pianeggiante, da tipica pianura fluviale, verso la confluenza con il Tanaro. Fermare il consumo di suolo, limitare l’impermeabilizzazione dei terreni, restituire elementi di naturalità (alberate, siepi, fasce boscate) ai versanti intensamente coltivati costituiscono il principale investimento per la promozione dei nostri territori.

Pur non esaurendo certamente le tematiche ambientali della Valle Belbo, questi due “macro” ambiti risultano comprensivi di alcune fra le principali dinamiche che regolano l’evoluzione della convivenza tra uomo ed ambiente, nell’affascinante contesto geografico che si estende dall’Alta Langa al cospetto delle Alpi, attraverso il Monferrato, fino a lambire i margini della grande Pianura Padana.

Cliccare sulle immagini per ingrandire

Camerana-ok

S.-Stefano-B-okCanelli-okOvigliookFoto 1: Condizioni di elevata naturalità dell’alto corso del Belbo, tra Camerana e San Benedetto Belbo.

Foto 2: Gli ultimi lembi di fascia ripariale, prima di immettersi nel centro abitato di Santo Stefano Belbo.

Foto 3: Il Torrente Belbo costretto all’interno dell’area urbana di Canelli.

Foto 4: L’ampia fascia ripariale che caratterizza il tratto terminale del Belbo, a valle di Oviglio, poco a monte della confluenza con il Tanaro


[1] Ercolini Michele, Dalle esigenze alle opportunità: la difesa idraulica fluviale occasione per un progetto di paesaggio terzo. Tesi di dottorato di ricerca in Progettazione Paesistica, Firenze, 2005.

[2] Ercolini Michele, La progettazione ambientale nei paesaggi fluviali: problematiche, approcci, strategie innovative di intervento. Quaderni della Ri-Vista Ricerche per la progettazione del paesaggio, anno 2, n. 2, vol. 1, Firenze, 2005.

[3] Ciutti Francesca, Vegetazione riparia e funzionalità dell’ecosistema fluviale, Forestry 2003, Padova, 21/02/2003

[4] Si vedano a tal proposito, i rapporti ambientali sulla qualità delle acque, pubblicati da ARPA Piemonte negli ultimi anni. Si evidenzia in alcune stazioni di controllo, uno stato di qualità del Belbo che tende a migliorare, grazie soprattutto agli sforzi compiuti negli ultimi anni dai vari Enti operativi e di controllo, che operano in questo settore ed all’azione di sensibilizzazione e di “sorveglianza” delle associazioni di cittadini come Valle Belbo Pulita.

[5] Ercolini Michele, Ibidem 2005

[6]Questo è il metodo: un semplice esame sequenziale del territorio al fine di comprenderlo e di considerarlo un sistema interattivo, “un magazzino attivo” e un sistema di valori. In base a queste informazioni è possibile prescrivere gli usi del suolo possibili – non come attività singole, ma come associazioni di attività. Non è una piccola pretesa, non è un piccolo contributo: dovrebbe essere evidente che il metodo ecologico può essere usato per comprendere e per elaborare un piano con la natura, forse per progettare con la natura” Progettare con la Natura, Ian L. McHarg, New York, 1969, Franco Muzzio, Roma 1989.

 barcolor

LA VALLE BELBO: UNA LETTURA DEL PAESAGGIO TRA EVOLUZIONE GEOMORFOLOGICA, ECOLOGIA ED ATTIVITA’ DELL’UOMO (2a parte)

In questa seconda parte dell’articolo, riprendendo temi più volte affrontati anche nell’ambito dell’attività dell’Associazione Valle Belbo Pulita, vorrei sollevare la discussione sulle modalità di gestione complessiva del contesto fluviale, in termini di “ecosistema”. Per affrontare i temi della qualità dell’ecosistema fluviale in termini integrati, è necessario affrontare ad esempio, i temi della gestione della vegetazione ripariale, delle aree golenali, dei rapporti con le aree urbanizzate, dell’erosione e del consumo di suolo… Solo in questa prospettiva è possibile immaginare un futuro per il nostro Belbo, disegnando un processo di riqualificazione del paesaggio, in cui il Torrente, vero asse di collegamento fra territori e comunità, torni ad essere l’elemento caratterizzante della valle.

Continuando allora i ragionamenti espressi nella prima parte dell’articolo, proverei ora a tratteggiare in maniera sintetica e possibilmente, non troppo tecnica, le caratteristiche principali dei due ambiti di “intervento”, che ritengo costituiscano oggi una sfida interessante, nell’ottica di un approccio integrato alla gestione delle aree e dei bacini fluviali, come quello della Valle Belbo. In particolare, due ambiti nei quali è davvero possibile concretizzare quel richiamo al “progettare con la natura”[1], con cui chiudevamo la prima parte dell’articolo precedente, sono costituiti:

  • dalle problematiche della gestione della fascia fluviale (in particolare nei suoi problematici rapporti con le esigenze di difesa dal rischio idraulico);
  • dalla definizione ed applicazione delle corrette pratiche di manutenzione del territorio, in particolare laddove le attività antropiche si incontrano/scontrano con l’esigenza di arrestare l’impermeabilizzazione del suolo, ridurne i fenomeni erosivi, incrementare gli elementi di naturalità. 

La gestione della fascia fluviale

Affrontare, nell’ottica integrata che è stata descritta, una corretta gestione della fascia fluviale richiede di passare da una pianificazione parziale, in nome esclusivo delle esigenze di tutela idraulica e di regolazione tramite interventi artificiali, ad una pianificazione complessiva, che tenga conto dei molteplici aspetti connessi alla vita ed all’evoluzione stessa del corso d’acqua, che riguardano quindi la naturale dinamicità dell’assetto dell’asta fluviale, le caratteristiche ecologiche della sua fascia, la continuità degli habitat naturali, la ricchezza di diversità biologica, non ultime le possibilità di fruizione da parte degli abitanti.

In tale ottica, si va accrescendo sempre di più la consapevolezza che una certa dinamicità geomorfologica del corso d’acqua, legata al flusso dei sedimenti, ai processi erosivi e di sedimentazione connessi, è essenziale per la creazione, il mantenimento e l’evoluzione degli habitat fisici negli ecosistemi acquatici e ripariali”[2]

Analogamente, si percepisce sempre con maggiore chiarezza l’esigenza di promuovere un maggior grado di “naturalità”, nei contesti fluviali. Il funzionamento “naturale” di un fiume in equilibrio dinamico promuove spontaneamente la qualità delle acque, la diversità, la disponibilità di habitat, il miglioramento paesaggistico.

Per rispondere a tali esigenze, le strategie che si stanno mettendo a punto includono vari livelli di “dinamismo” fisico, fino ad arrivare ad una vera e propria “progettazione” geomorfologica di un alveo naturale (vedasi ad esempio la Figura 1).

Ciò presuppone il probabile “abbandono” di alcune aree, a vantaggio di un recupero di naturalità e, quindi, in generale, di un miglioramento qualitativo del “sistema-fiume” nel suo complesso.

Rientrano in tale ottica gestionale, anche le problematiche relative alla manutenzione della vegetazione riparia che normalmente, in nome della pulizia e del presunto miglioramento della funzionalità idraulica delle sezioni di deflusso, viene affrontata con l’approccio della “tabula rasa”.

Anche in questo caso, più che mai, è invece fondamentale che gli interventi di manutenzione della vegetazione spondale siano programmati secondo un approccio integrato, in cui la vegetazione ripariale sia anche concepita come elemento fondamentale dell’ecosistema fluviale, in grado di svolgere varie ed importanti funzioni.

Senza pretese di completezza, si possono qui richiamare alcune fra queste fondamentali funzioni, svolte dalla vegetazione riparia:

  • ruolo di filtro biologico e fisico nei confronti degli inquinanti (in particolare sostanze eutrofizzanti, azoto e fosforo) presenti nelle acque di dilavamento dei suoli agricoli e urbani, riducendone la veicolazione nei corsi d’acqua;
  • ruolo termo-regolatore, per l’effetto dell’ombreggiatura sulle acque;
  • aumenta il valore ecologico e la biodiversità di un territorio, in quanto la vegetazione ripariale si situa all’interfaccia tra l’ecosistema terrestre e quello fluviale, costituendo un habitat preferenziale per molte specie animali e vegetali, fungendo anche da fondamentale corridoio ecologico;
  • rappresenta una componente paesaggistica da valorizzare, soprattutto nei centri urbani, dove il corso d’acqua e le sue rive potrebbero rispondere alla richiesta crescente di aree naturali di qualità, che permettano lo svolgimento di attività ricreative[3].

Si tratta pertanto di orientare e progettare interventi costanti, non saltuari, “che non implichino la distruzione totale della vegetazione arborea, quanto il suo costante controllo secondo criteri distributivi e strutturali, compatibili con il buon deflusso delle acque nei periodi di piena; interventi che tengano conto di un utilizzo della vegetazione ai fini del consolidamento dei terreni e della difesa delle rive stesse”[4].

Ancora, gli interventi dovranno garantire il mantenimento della continuità spaziale del corridoio fluviale[5], pena l’interruzione del ruolo di corridoio ecologico (almeno per quanto ne rimane), che già è minacciato e spesso letteralmente stravolto dalle interferenze con le aree antropizzate che il fiume attraversa.

La corretta manutenzione del territorio

La presenza e l’attività umana interferiscono in maniera pesante con l’assetto fluviale globalmente inteso (fondovalle e fascia fluviale, versanti vallivi): lo manifesta il modello di sviluppo territoriale-urbano fin qui applicato, basato sulla sottrazione indiscriminata di spazi naturali, che non è più sostenibile. Ma lo manifesta anche un complesso di situazioni quali l’abbandono dei presidi forestali nella parte alta del bacino, la scarsa o assente gestione delle acque sui versanti (abbandono delle pratiche di manutenzione dei fossi), alcune pratiche agronomiche “scorrette” (come la disposizione dei filari a rittochino o le profonde modificazioni morfologiche per agevolare la meccanizzazione agricola).

Schematizzando queste situazioni agiscono in maniera differente e contradditoria fra loro, traducendosi sostanzialmente in:

  • aumento del consumo di suolo per erosione e trasporto, con perdita di capacità d’uso, crescente limitazione alle culture tipiche, omogeneizzazione colturale ed ecologica, perdita di biodiversità[6];
  • aumento delle superfici impermeabilizzate che da un lato provoca l’aumento dei deflussi superficiali e relativa crisi del reticolo idrografico, dall’altro si traduce ovviamente in ulteriore perdita di suolo;
  • incremento dell’evoluzione dissestiva sui versanti;
  • rimozione totale dei residui lembi boscati sui versanti coltivati: l’intenso sfruttamento agrario ha fatto sparire gli ultimi tratti di bosco, delle siepi e alberate, delle poche cortine verdi tra i differenti appezzamenti;
  • l’abbandono delle pratiche colturali e della gestione forestale sugli alti versanti[7].

Legate ad ognuno degli aspetti elencati, si individuano alcune azioni, attività e pratiche manutentive da promuovere, che possono portare ad un miglioramento dell’assetto idraulico-forestale.

Dalle attività più semplici, quali l’inserimento di siepi ed alberate interpoderali, al miglioramento della rete stradale bianca per una corretta gestione delle acque, dal rifacimento e la gestione della rete di raccolta delle acque superficiali, al deciso cambiamento da attuarsi nelle pratiche agronomiche, che devono arrivare a prevedere l’inerbimento dei vigneti e dei corileti, nell’ottica essenziale di aumentare l’infiltrazione, diminuire la capacità erosiva del ruscellamento, migliorare gli aspetti paesaggistici.

Si passa evidentemente poi a livelli di pianificazione di bacino, con l’incremento delle superfici boscate e la previsione di adeguati criteri di gestione forestale per evitare l’abbandono dei terreni e la perdita della diversificazione delle essenze.

I criteri che dovranno guidare la progettazione di tali interventi saranno comunque sempre quelli della “a scala di bacino”, in un’ottica di gestione che vede l’asta, la fascia fluviale, il fondovalle ed i versanti come elementi costituenti un ecosistema unitario.

Quello che si prospetta infine, non è più un approccio strutturale intensivo (in un’ottica tradizionale) ma un approccio diffuso, dove l’attuazione possa anche essere affidata agli operatori che vivono ed agiscono sul territorio con il quale hanno quindi legami storici e di conoscenza diretta, mediante innanzitutto una crescita culturale rispetto a tutto l’insieme delle problematiche che sono state affrontate.

FIUMEFigura 1: Realizzazione di un ramo secondario del Fiume Drava (A: prima della realizzazione; B: 3 anni dopo la realizzazione). Da: Geologia dell’Ambiente, XVI, n.1-2008

.VERSANTE-TINELLA-INVERNO

Figura 2: Sviluppo di coltivazioni a vite su versante in Val Tinella. Assenza di cortine vegetali, siepi o alberate, terreno privo di copertura erbosa (foto propria).

 

[1] McHarg Ian L., Progettare con la Natura, New York, 1969, Franco Muzzio, Roma 1989.

[2] Rinaldi M., Gumiero B., Il recupero dei processi geomorfologici nei progetti di riqualificazione fluviale: problematiche e casi di studio in Italia. Geologia dell’Ambiente, Anno XVI, n. 1/2008.

[3] Valgano a titolo di esempio, molti dei lavori presentati dagli alunni delle scuole elementari e medie della Valle Belbo, al Primo Concorso di Cultura Ambientale promosso dall’Associazione Valle Belbo Pulita nell’anno 2013, dove uno dei temi, svolto dagli alunni con passione e notevole competenza paesaggistica, era proprio quello della valorizzazione delle aree abbandonate, trascurate e dimenticate, che caratterizzano molti tratti urbani o periurbani del corso del Belbo.

[4] Regione Piemonte, Il ruolo della vegetazione ripariale e la riqualificazione dei corsi d’acqua, Atti del Seminario Nazionale, Torino, ottobre 2008.

[5] Francesca Ciutti, Vegetazione riparia e funzionalità dell’ecosistema fluviale, Forestry 2003, Padova, febbraio 2003.

[6] Uno studio sperimentale svolto tra il 2005 ed il 2006 dalla Facoltà di Agraria dell’Università di Torino per il Comune di Nizza M.to, ha evidenziato una situazione insostenibile, dal punto di vista dell’erosione e perdita di suolo agrario sui terreni collinari. Prendendo in esame alcune zone tipiche (coltivazioni a vigneto, aree agricole, reticolato viario interpoderale e comunale), i risultati sperimentali hanno evidenziato valori di erosione potenziale compresa fra 20,6 e 55,1 t/ha/anno nella situazione di attuale gestione dei coltivi, mentre nell’ipotesi di inerbilmento al 60%, l’erosione potenziale scende a valori fra 4,1 e 8,6 t/ha/anno. Si evidenzia pertanto il fondamentale ruolo antierosivo che gioca il rivestimento vegetale dei terreni e dei coltivi.

[7] L’analisi dei fattori di pressione relativamente all’Agricoltura evidenzia che il bacino del Torrente Belbo ricade, secondo lo schema classificativo del PSR 2007-2013, nelle “aree rurali intermedie”, in cui l’analisi SWOT evidenzia una diffusa minaccia di “Dissesto del territorio per abbandono delle pratiche rurali e forestali”.

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