Pubblicato da: VBP | 30 novembre 2009

Osservazioni al PIANO PAESAGGISTICO REGIONALE elaborate dal Gruppo di Lavoro di VALLE BELBO PULITA

Alla Direzione Regionale  Programmazione Politiche  Territoriali ed Edlizia.   Settore Pianificazione Territoriale e Paesaggistica  C.so Bolzano, 44     10121 TORINO

PIANO PAESAGGISTICO REGIONALE

ASSOCIAZIONE VALLE BELBO PULITA

OSSERVAZIONI

L’Ambito di Paesaggio 71 e, in particolare, le unità di paesaggio 7111, 7114, 7109, 7115 presenta caratteri che sono strettamente collegati a quelli del contiguo ambito 63, in quanto entrambi sono caratterizzati dalla presenza dell’asta del Belbo.

Il paesaggio è determinato principalmente da tale elemento morfogenetico, che ha modellato l’attuale morfologia collinare e gli attuali fondovalle, per cui le emergenze fisico-naturalistiche di questi ambiti devono necessariamente tenere conto dei rapporti con l’asta del Belbo, nonostante la sua attuale situazione qualitativa problematica. Si intende così sottolineare l’importanza di considerare in un quadro unitario, che comprenda il concetto di “bacino idrografico”, l’area racchiusa da questi Ambiti di Paesaggio.

Si ritiene che un processo di governo e pianificazione del paesaggio debba affrontare il tema della qualità dell’ecosistema fluviale nel suo complesso, comprendendo al suo interno le problematiche relative alle condizioni di qualità delle acque, alla gestione dei suoli sui versanti, all’urbanizzazione delle aree di fondovalle, così come i temi della gestione della vegetazione ripariale, delle aree golenali, dei rapporti con le aree urbanizzate perifluviali.

Il corso d’acqua

 

In un’ottica di recupero paesaggistico, di tutela, di valorizzazione e di incremento delle aree con caratteristiche di naturalità elevate, è necessario “cucire” insieme lembi di territorio attualmente divisi, raccordandoli in modo da creare effettivamente una sorta di “corridoio” che possa ricostituire una sorta di continuità ambientale, ecologica e geomorfologica.

Ma una maggiore fruibilità dell’area fluviale richiede il miglioramento qualitativo delle acque del fiume, che si consegue sia con la corretta gestione degli impianti di depurazione e degli scarichi civili ed industriali, sia con l’aumento delle condizioni di naturalità del corso d’acqua, ad esempio con la rivalutazione della presenza della vegetazione ripariale, come elemento base per migliorare la capacità autodepurante del fiume.

Si segnala anche la necessità di mitigare l’impatto, sull’ecosistema acquatico ed in generale del fondovalle, dovuto alla presenza delle opere di difesa rigide: a causa della diffusione di tali opere, si sono accentuati i caratteri di artificialità dell’asta fluviale, oltre che provocare scompensi nei rapporti tra acque superficiali e sotterranee.

Il PPR deve promuovere, in riferimento agli ambiti citati ed in particolare alle Unità di Pesaggio coinvolte dalla presenza dell’asta del Belbo, un maggior grado di “naturalità” del contesto fluviale. Il funzionamento “naturale” di un fiume in equilibrio dinamico promuove spontaneamente la qualità delle acque, la diversità, la disponibilità di habitat, il miglioramento paesaggistico.

Solo in questo modo il Belbo, da problema può diventare una effettiva risorsa, una opportunità di sviluppo per le nostre comunità.

Il PPR deve individuare delle linee guida verso una pianificazione paesaggistica che tenga conto di questi fattori, individuando alcune aree specifiche di intervento:

  1. criterio di analisi che tenga conto delle caratteristiche di “unitarietà” di un bacino idrografico, come elemento che interseca gli Ambiti paesaggistici e le Unità di Paesaggio;
  2. incremento delle aree di naturalità lungo l’asta fluviale;
  3. recupero della fruibilità dell’area fluviale all’interno dei centri urbani (attualmente caratterizzati da una rigida separazione fra l’ambiente fluviale e l’ambiente urbano);
  4. valorizzare gli elementi di raccordo naturali (quinte arboree, strade bianche lungo gli argini, aree agricole golenali,…), per permettere la continuità fisica e paesaggistica degli elementi naturali lungo la valle;
  5. miglioramento delle condizioni della vegetazione ripariale e sua manutenzione;
  6. divieto di utilizzo a scopi edificatori delle aree perifluviali (individuazione di una fascia di naturalità, di pertinenza fluviale, all’interno della quale non sono ammissibili trasformazioni d’uso del suolo);
  7. progressiva sostituzione, ove possibile, delle opere di difesa rigide (canalizzazioni, argini, opere in cemento, …) con strutture naturali, che consentano lo scambio fra acque superficiali e sotterranee.

In relazione alle caratteristiche del corso d’acqua del Belbo, sono necessari criteri di indirizzo verso un uso razionale ed ottimizzato della risorsa acqua, per ridurre l’impatto devastante provocato da scarichi industriali e civili, in presenza di regimi di portata modestissimi. Il miglioramento delle condizioni di naturalità influisce anche positivamente sull’andamento del regime idraulico del fiume; eventualmente dovranno essere individuati interventi per la regimazione e la regolazione dei deflussi, onde migliorare la distribuzione della portata durante le varie stagioni.

Le aree di fondovalle

 

Sulle aree di fondovalle assume un’importanza fondamentale, in un’ottica di pianificazione paesaggistica, le modalità di gestione delle residue aree libere da edificazione, che non possono più essere indiscriminatamente occupate da ulteriori nuove edificazioni, in particolare nelle aree “industriali” periferiche ai centri urbani.

Gli edifici industriali, singoli o accorpati in zone industriali, sono progressivamente diventati elementi che compromettono in maniera pesante il nostro territorio, vanificando i diversi tentativi di tutelare un paesaggio già molto compromesso. Assistiamo quindi a tentativi di Comuni virtuosi che cercano di recuperare centri storici magari pregevoli, dimenticandosi che le periferie e le zone di accesso ad una città sono quelle che per prime si presentano alla vista di turisti e visitatori e che tali zone sono caratterizzate dalla presenza di anonimi capannoni, ubicati a ridosso delle strade e senza alcun tipo di mascheramento che ne attenui l’impatto visivo.

Pare quindi inutile lavorare con impegno per un’ eventuale candidatura Unesco di alcune zone del nostro territorio, se poi non si prova contemporaneamente a regolamentare le dinamiche di questo tipo di edilizia che negli ultimi anni ha avuto un eccessivo sviluppo, al di là di ogni reale necessità e senza alcun tentativo di contenerla entro limiti ben precisi. Crediamo quindi che il PPR debba dare indicazioni precise riguardo questo tipo di problema e suggerire ai singoli Comuni di riflettere su alcuni punti fondamentali.

  1. Ogni nuova edificazione industriale deve essere consentita solo se realmente necessaria e prima di realizzare nuovi edifici sarebbe opportuno realizzare un censimento dell’esistente non ancora utilizzato. Inoltre bisognerebbe favorire il raggruppamento degli edifici industriali in zone ben delimitate, dotate di tutti i servizi necessari e in aree strategiche per la città e per quelle confinanti.
  2. Risulta assolutamente necessario dare un indirizzo forte nella progettazione delle nuove aree industriali. Spesso queste zone nascono senza un’adeguata attenzione al progetto urbanistico dell’area e con scarsa cura della progettazione architettonica dei singoli edifici. Qualità e attenzione ai particolari possono fare la differenza per non creare solo assembramenti di capannoni ma vere aree industriali, pensate con attenzione e realizzate con cura. Esistono esempi di zone industriali, come quella di Bolzano, che rappresentano un elemento di distinzione della città per la cura architettonica con cui sono state realizzate, tali da diventare addirittura mete turistiche.
  3. Indirizzare la realizzazione dei nuovi edifici industriali verso l‘utilizzo di materiali e strumenti che consentano di attuare un risparmio nel consumo energetico. Per le loro grandi dimensioni gli edifici industriali si prestano infatti all’installazione di pannelli solari fotovoltaici o alla realizzazione di “tetti verdi”, elementi che potrebbero quindi consentire di attenuare in parte l’impatto ambientale che a volte le grandi aree industriali provocano sul territorio.
  4. Incentivare, magari anche con contributi, l’utilizzo di appropriate schermature verdi o di altro tipo, non solo sugli edifici di nuova edificazione ma anche e soprattutto sugli esistenti.

I versanti

 

Si richiama la necessità di incentivare una corretta gestione dei versanti, in termini di pratiche agricole che consentano una riduzione dell’erosione e del consumo di suolo, così come introdurre specifiche normative di pianificazione urbanistica, che non consentano più l’eccessiva polverizzazione degli insediamenti sparsi, che hanno caratterizzato in passato le nostre aree agricole collinari e che purtroppo ci hanno lasciato un’eredità negativa, in termini di paesaggio pesantemente compromesso.

In relazione alle problematiche idrogeologiche, sono da introdurre specifici orientamenti alla manutenzione ordinaria del territorio collinare, con il ripristino degli obblighi di cura delle acque superficiali mediante fossi, canali ecc…

In presenza di estese aree coltivate a vite, si segnala la progressiva scomparsa delle quinte alberate o dei lembi boscati residui, al confine fra gli appezzamenti o lungo le capezzagne: oltre a costituire una perdita paesaggistica significativa, tale riduzione/scomparsa si traduce anche in un significativo aumento dei coefficienti di deflusso, con incremento delle velocità di scorrimento delle acque, aumento dell’erosione e del trasporto solido.

Sono altresì da limitare fortememente gli impianti di vigneti a rittochino, mentre si ritiene necessario incentivare la pratica dell’inerbimento dei filari.

 Il gruppo di lavoro per il Paesaggio di Valle Belbo Pulita

Hanno collaborato:

Dott. Riccabone Claudio,  Scarrone Gian Carlo,  Canton Stefania,  dott. Sacco Mariella    – Sintesi di Riccabone Claudio

 Canelli, 20 ottobre 2009         Il Presidente Gian Carlo Scarrone

 

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